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L'arte francescana
Nel territorio marchigiano la rete insediativa minoritica appare subito e sorprendentemente ben più fitta che in qualsiasi altra area, con un tal numero di case, conventi ed eremi da superare quello della stessa Umbria.
Peculiare densità insediativa che è certamente da ricondurre al tessuto agglomerativo della regione, caratterizzato da piccoli e medi nuclei e dall’assenza di grandi centri monopolizzatori2, ma anche alla particolare capillarità della presenza benedettina, detentrice di una gran quantità di case, romitori, chiese, ospedali, spesso ingestibili dai monaci, che erano allora ben felici di potervi accogliere i “nuovi” frati, anche in cambio di un canone simbolico, proprio com’era avvenuto per la Porziuncola3. Eppure le ragioni di una presenza così diffusa e significativa devono essere ancor più profonde. Nella seconda metà del Duecento tutti i maggiori centri delle Marche e gran parte di quelli minori potevano vantare la presenza dei figli di S. Francesco. Il territorio fu allora suddiviso in sette Custodie (o parti della Provincia): Ascolana, Fermana, Camerinese, Anconitana, Jesina, Fanese e Feretrana. Nel 1282 la provincia della Marca raggiungerà la bellezza di 85 conventi con circa 1500 frati. Una presenza che aumenterà ancora con la crescita e lo sviluppo sia della riforma degli Osservanti che di quella dei Cappuccini, entrambe germogliate proprio e non a caso all’interno di questa regione. Tale realtà costituisce certamente un fenomeno che resta unico nella storia del Francescanesimo e della diffusione degli Ordini in generale. È significativo, poi, che non solo i minori, ma anche le Clarisse abbiano potuto diffondersi e innestarsi così abbondantemente: ben 150 monasteri si possono contare, infatti, nella storia delle presenze delle figlie di S. Chiara nella regione. Quali allora le ragioni? Per rispondere, possiamo far nostra l’osservazione di Carlo Bo: “Pur tenendo conto della forza di persuasione di Francesco, non si può trascurare e lasciare da parte il grado di corrispondenza e partecipazione della gente marchigiana, vogliamo dire che il seme è caduto in una terra particolarmente felice. Se la gente lo ha seguito con tanto amore da Ascoli al Montefeltro significa che la parola del predicatore e del sollecitatore ha trovato degli spiriti semplici, disposti naturalmente al bene, capaci di intendere il richiamo di amore e soprattutto l’insegnamento della povertà, dell’umiltà e dello spirito di pace”. Davvero è possibile affermare, come già faceva uno storico francescano, che “due cause concorsero efficacemente al rapido progresso ed alla prosperità di questa provincia, l’essere stata fondata immediatamente dallo stesso Istitutore, il quale perciò le pose fin da principio molto affetto, coltivolla con ogni premura, visitandola più volte da un capo all’altro; e l’altra che quest’ottimo agricoltore trovò in essa il terreno ben disposto, avuto riguardo alla sua posizione geografica, all’indole e alla condizione dei suoi abitanti”. Ovvero le ragioni del fenomeno francescano nelle Marche vanno riconosciute nel carattere della sua gente, nella peculiare connaturalità che esso manifesta con lo spirito originario dello stesso S. Francesco. “Dopo l’Umbria e forse più dell’Umbria le Marche sembrano rispondere meglio a quel tipo di vocazione” (ancora Carlo Bo). Ogni paese di questa piccola regione risulta segnato, nel corso della sua storia, dalla presenza di almeno una delle tre famiglie dei Minori, di un monastero clariano e di una comunità del Terz’Ordine regolare e secolare. E questa presenza ha arricchito i paesi di spiritualità, di arte, di cultura, di inizative sociali, di opere di carità, di devozione, confraternite, tradizioni, feste, che sono ancora oggi eminente patrimonio dell’identità culturale e spirituale di questa regione, forse fuori dai grandi avvenimenti, certamente fuori dai grandi percorsi, eppure segreta e autentica anima dell’Italia centrale.

 

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